domenica 1 aprile 2012

CHATTING IN THE DARK

Chatting in the Dark
di Massimo Canevacci
Francesca Fini è un'artista che svolge composizioni performatiche attraverso un assumere nel suo corpo, come una carta assorbente di pelle, tecnologie digitali in gran parte reinventate da lei stessa. Il tal modo il suo paesaggio corporale diventa un assorbire e un prolungare sinestesie musicali-rumoriste, una sorta di strumento che lei suona in scena interagendo nella spotaneità progettuale dell’evento.

Francesca Fini ha una capacità estrema di essere artigiana del digitale, inventa guanti che creano rifrazioni di immagini caleido-scopiche e caleido-soniche; tastiere che sono estensioni del corpo e incorporamento di sensori sonici: è artefice nel senso umanista, penetra l’arte a lei contemporanea e la fa avanzare su territori non ancora del tutto certi e sicuramente spaesanti. Sinestesie corpo-digitali che assorbono maschere, tastiere, chips fino ad estendersi nel progetto ALONE IN THE DARK #2.

Qui la sua azione performatica entra dentro corpi che si muovono in zone oscure, schegge di ombre che ruotano tra desideri irrefrenabili e potenti auto-censure. Così la dark-room virtuale di chat-roulette diventa una solitudine oscura da schiarire entrando in contatto comunicazionale con ignoti, esercitando il brivido dell’imprevisto, dell’illegale e dell’immorale. Di un delitto sempre rinviato come l’orgasmo.
L’arte può entrare dentro queste zone oscure, può rischiare di assorbire il desiderio pulsante che devia o crea itinerari “illeciti” pur tra adulti consenzienti, come si suol dire. Eppure qui l’arte esercita un gioco più sottile, che entra in questi spazi, li assume, li incorpora quasi; Francesca interroga se stessa come artista, interroga noi che osserviamo in parte coinvolti, gli attori anonimi del desiderio o meglio “eteronomi”, nel senso proprio che assumono nomi e logiche altre. E qui non ci si tranquillizza ...

La chat-roulette d’artista gira così tra pulsanti di curiosità illimitate; non si ferma mai e a ogni sosta temporanea spinge il desiderio a muoversi ancora e ancora verso soluzioni impossibili. Un desiderio che sta sempre nella prossima mossa, un desiderio staticamente mosso, sempre al di là della “cosa”.
Lo spettatore non è solo voyer come al teatro classico o al cinema 3D: è spinto a assumersi la responsabilità di essere ibrido spett-attore, un osservatore partecipante, quasi un etnografo adombrato di se stesso che vuole sperimentare le sue estensioni desideranti e “perverse”.
La tensione allora è che il perverso non è più tale, cioè non è più come era definito dai classici della psicoanalisi: le perversioni sono diventate icone su cui clickare temporaneamente, sostare per un certo tempo, esserne più o meno coinvolti e scorrere subito alla successiva che è – o potrebbe essere - sempre quella più appetitosa.
In tale modo, questa artefice dell’arte digitale-corporale, dove la psiche viaggia oscura assieme ai tasti e allo schermo, può – nella sua ossessiva iterazione – spingere se stessa, l’altro, le stesse tecnologie, i tecno-corpi, a osservare l’oltre di un desiderio insaziato. E forse questo oltre è il rischio assoluto, dove l’arte raschia l’ombra oscura e scopre quello che si può solo sussurrare.

-------- ENGLISH --------

Francesca Fini is an artist who interprets performance compositions by assuming in her body, as if it were blotting paper made of skin, a digital technology largely reinvented by herself.  In this way her corporal landscape becomes an absorbing, prolonged music-sound synestesie, a kind of instrument she plays on stage, interacting with the planned spontaneity of the event.

Francesca Fini has great capacity as a digital artisan; she invents gloves that create refractions of kaleidoscopic and kaleido-sonic images; keyboards that are extensions of the body and the embodiment of sonic sensors: she is a creator in the humanist sense, penetrating Art that is contemporary to her, making it advance into territories not yet completely certain and certainly confusing. 

These body-digital synesthesies absorb masks, keyboards and chips until they extend themselves into the ALONE IN THE DARK #2 project.

Here her performance action enters into bodies that move in obscure areas, splinters of shadow that revolve between uncontrollable desires and powerful self-censures.  In this way the virtual darkroom of chat-roulette becomes an obscure solitude to lighten by entering into communicative  contact with the unknown, exerting the thrill of the unexpected, the illegal and the immoral – of a crime delayed like an orgasm.
Art is able to enter this obscure area, it can risk absorbing the pulsating desire that diverts and creates “illicit” itineraries, though among consenting adults, as we say.  But here art plays a more subtle game, one that enters into these spaces, assumes them, almost incorporates them.  Francesca questions herself as an artist; she interrogates us as we observe, partially involved, the anonymous actors of desire or rather the “heteronomes” in the real sense that they assume other names and another logic.  And here we are not tranquil …

The chat-roulette of the artist, therefore, wanders among push-buttons of unlimited curiosity; it never stops and every temporary pause urges the desire to move closer and closer to impossible solutions.  It is a desire that always exists in the next move, a desire that is moved statically, always beyond the “thing”.

The spectator is not only a voyeur as in the classical theater or 3D cinema:  he is driven to assume the responsibility of being a hybrid-spectator, a participating observer, almost an adumbrate ethnograph of himself that wants to experiment with his desiring and “perverse” extensions.
Therefore the tension is that the perverse is no longer that; it is more as if it were defined by the classic psychoanalysts: perversions have become icons you click on temporarily, stopping for a while, being more or less involved and then hurrying immediately to the next one which is – or can be – more appetizing.
In this way, this artifice of digital-corporal art, where the psyche travels obscurely together with the keys and the screen, can – in its obsessive iteration – push itself, the other one, the technologies themselves, the techno-bodies, to looks beyond an insatiable desire.  And perhaps this beyond is the absolute risk, where art scratches the obscure shadow and discovers what can only be whispered.

3 commenti:

  1. Robba forte Francesca...
    L'altrove!! Vero: è sempre in agguato il rischio catastrofico della realizzazione dei desideri..sarebbe,nella migliore delle ipotesi la quiete della morte.."visto" che a volte si confonde e sovrappone il godimento al desiderio.Il voyeur doc però è colui che guarda senza che nessuno sospetti l'esistenza del suo sguardo e gode della inconsapevolezza da parte del guardato/visto...

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    1. decio, il "rischio catastrofico della realizzazione dei desideri"! sei un vero poeta!

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  2. è vero...sul voyer, forse lui non è visto ma desidera di esserlo, così solo realizza la profondità di vedere non visto essendo visto

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